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Il riso integrale…. da speciale TG1 del 28 gennaio 2018

Il riso è dopo il mais e prima del grano il secondo cereale più coltivato al mondo. In Occidente se ne fa un uso molto limitato (4-5 chili pro capite all’anno) ma nell’Estremo Oriente un essere umano può arrivare a consumarne in un anno oltre cento chili. È dunque un alimento centrale nell’alimentazione umana e proprio per questo assieme a frumento e granturco, a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, è entrato nelle “cure” dell’industria della modernizzazione agricola.

Dopo sessant’anni il risultato è che dopo il taglio indiscriminato degli alberi per recuperare terreno utile alla coltivazione e facilitare un fin troppo razionale movimento dei trattori, grazie all’uso di diserbanti e fertilizzanti chimici e pur essendo all’aria aperta, le risaie sono diventate luoghi inospitali. In queste vasche riempite e svuotate durante la coltivazione del riso l’inquinamento da agro-farmaci può raggiungere concentrazioni così alte che la pratica di approfittare della fase di piena per allevare carpe è stata quasi del tutto abbandonata. Molti risicoltori notavano che i pesci una volta cresciuti in mezzo ai veleni presentavano evidenti malformazioni.

La modernizzazione non si è fermata sul campo ma ha investito anche la lavorazione del chicco che una volta raccolto e asciugato rimane comunque all’interno di un rivestimento chiamato lolla. Per essere cucinato il riso va spogliato di questa buccia che lo ricopre altrimenti sarebbe immangiabile. Successivamente viene passato ad un macchina vagliatrice che separa i chicchi maturi da quelli verdi. Le lavorazioni per ottenere il riso integrale si fermano qua.  A quel punto se si vuole ottenere il semi-integrale o il bianco occorre far passare il riso in altre macchine che continuano l’opera di pulizia dei chicchi. Lo schema del ciclo di lavorazione nell’ultimo secolo non è cambiato molto. Ad essere molto diverse sono efficienza, potenza e temperatura raggiunte negli anni dalle macchine utilizzate per lavorare il riso. La fretta, le cotture semplificate e la trasformazione del gusto (che ha via via eliminato dal nostro orizzonte alimentare il cereale integrale) hanno fatto il resto. In tutto il mondo cambiano le varietà ma alla fine nel piatto arriva sempre e comunque riso bianco che avendo perso germe e fibre contenute nello strato superficiale è diventato un concentrato quasi esclusivo di amido e molecole di agro-farmaci.

Per avere un’idea di quanta chimica si consuma nella risicoltura basterebbe andare nel Vercellese che assieme alla Lomellina lombarda e alla provincia di Verona sono le zone di coltivazione del riso più settentrionali al mondo. A Rovasenda vive, lavora e (possiamo dire) prospera la famiglia Stocchi che nei primi anni duemila ha deciso di non utilizzare più agro-farmaci adottando un metodo agronomico chiamato Policoltura Ma.Pi. Un sistema messo a punto da Mario Pianesi, fondatore dell’associazione Un Punto Macrobiotico, basato essenzialmente sul ripristino della fertilità del terreno agricolo grazie ad alberi, cespugli, rotazioni e colture in consociazione. In poche parole tutto il contrario della monocoltura che ha spazzato via gli alberi e ha fatto credere al mondo agricolo che i nutrienti naturali fossero equivalenti a quelli di sintesi.

Com’era diverso il riso di una volta

 

Il riso è dopo il mais e prima del grano il secondo cereale più coltivato al mondo. In Occidente se ne fa un uso molto limitato (4-5 chili pro capite all’anno) ma nell’Estremo Oriente un essere umano può arrivare a consumarne in un anno oltre cento chili. È dunque un alimento centrale nell’alimentazione umana e proprio per questo assieme a frumento e granturco, a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, è entrato nelle “cure” dell’industria della modernizzazione agricola.

Dopo sessant’anni il risultato è che dopo il taglio indiscriminato degli alberi per recuperare terreno utile alla coltivazione e facilitare un fin troppo razionale movimento dei trattori, grazie all’uso di diserbanti e fertilizzanti chimici e pur essendo all’aria aperta, le risaie sono diventate luoghi inospitali. In queste vasche riempite e svuotate durante la coltivazione del riso l’inquinamento da agro-farmaci può raggiungere concentrazioni così alte che la pratica di approfittare della fase di piena per allevare carpe è stata quasi del tutto abbandonata. Molti risicoltori notavano che i pesci una volta cresciuti in mezzo ai veleni presentavano evidenti malformazioni.

La modernizzazione non si è fermata sul campo ma ha investito anche la lavorazione del chicco che una volta raccolto e asciugato rimane comunque all’interno di un rivestimento chiamato lolla. Per essere cucinato il riso va spogliato di questa buccia che lo ricopre altrimenti sarebbe immangiabile. Successivamente viene passato ad un macchina vagliatrice che separa i chicchi maturi da quelli verdi. Le lavorazioni per ottenere il riso integrale si fermano qua.  A quel punto se si vuole ottenere il semi-integrale o il bianco occorre far passare il riso in altre macchine che continuano l’opera di pulizia dei chicchi. Lo schema del ciclo di lavorazione nell’ultimo secolo non è cambiato molto. Ad essere molto diverse sono efficienza, potenza e temperatura raggiunte negli anni dalle macchine utilizzate per lavorare il riso. La fretta, le cotture semplificate e la trasformazione del gusto (che ha via via eliminato dal nostro orizzonte alimentare il cereale integrale) hanno fatto il resto. In tutto il mondo cambiano le varietà ma alla fine nel piatto arriva sempre e comunque riso bianco che avendo perso germe e fibre contenute nello strato superficiale è diventato un concentrato quasi esclusivo di amido e molecole di agro-farmaci.

Per avere un’idea di quanta chimica si consuma nella risicoltura basterebbe andare nel Vercellese che assieme alla Lomellina lombarda e alla provincia di Verona sono le zone di coltivazione del riso più settentrionali al mondo. A Rovasenda vive, lavora e (possiamo dire) prospera la famiglia Stocchi che nei primi anni duemila ha deciso di non utilizzare più agro-farmaci adottando un metodo agronomico chiamato Policoltura Ma.Pi. Un sistema messo a punto da Mario Pianesi, fondatore dell’associazione Un Punto Macrobiotico, basato essenzialmente sul ripristino della fertilità del terreno agricolo grazie ad alberi, cespugli, rotazioni e colture in consociazione. In poche parole tutto il contrario della monocoltura che ha spazzato via gli alberi e ha fatto credere al mondo agricolo che i nutrienti naturali fossero equivalenti a quelli di sintesi.

Viceversa se in una prima fase gli agro-farmaci rispondono bene illudendo il contadino di aver trovato la lampada di Aladino, nel giro di pochi anni devastano lo strato fertile e avviano i terreni agricoli verso la desertificazione. La situazione attuale della Cascina dell’Angelo l’azienda agricola della famiglia Stocchi è ben diversa e un confronto grazie al drone tra le loro risaie coltivate senza chimica e quelle dei vicini fanno giustizia di tutti i dubbi e gli interrogativi sollevati dagli increduli e rilanciati dalle lobby dell’agro-industria. Nei terreni della famiglia Stocchi che abbiamo sorvolato alla fine di ottobre e a raccolto concluso, prevale il verde e la terra circondata da alberi e inframezzata da filari di cespugli sembra più scura, attorno domina un giallo che mette i brividi perché fa pensare appunto ad una progressiva e sempre più prossima desertificazione.

 

L’impatto visivo è evidente ma quello che chiude la discussione sulla convenienza della svolta adottata dall’azienda di Rovasenda è il conto economico. L’ultimo acquisto di agro-farmaci risale al 2006. Da allora la voce spese è scesa bruscamente perché oltre ad un consumo azzerato di trattamenti chimici si sono dimezzati i passaggi di trattore per distribuirli con un risparmio netto di 700 euro per ettaro all’anno. Moltiplicati per 130 ettari dell’azienda il totale del denaro rimasto nelle casse dell’azienda è di novantamila euro per ogni singolo anno. Senza contare che nel bilancio degli Stocchi sono spuntati due addendi il cui impatto è certamente rilevante seppur difficile da calcolare: la salute e il buon umore

 

(fonte naturanelpiatto.it)

Rasayana: per rafforzare la Mente e il Corpo

Rasayana, un pilastro fondamentale della scienza ayurvedica, è la scienza che ci insegna a preservare e mantenere la nostra saluta anche in età avanzata. Non solo aggiunge anni alla vita, ma soprattutto vita agli anni

Gli  antichi testi definiscono il Rasayana come ciò che “…ha per suo scopo il prolungamento della vita umana, la freschezza e il ringiovanimento della memoria e degli organi vitali dell’uomo. […] ricette che rendono l’uomo in grado di trattenere la sua virilità e il suo vigore giovanile fino ad età avanzata e che servono generalmente a rendere il sistema umano invulnerabile alle malattie e alla decadenza” (Sushruta Sutra, I).

Rasayana della Maharishi Ayurveda, preziose ed antiche formulazioni utilizzate per ravvivare l’intelligenza e portare equilibrio al livello più profondo della mente e del corpo, utilizzando l’intelligenza della natura contenuta nelle piante.

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Othadam

Il massaggio Othadam (tamponamento a caldo a secco) è una variante del Pindasweda. Ha un effetto terapeutico delicato, tridoshico e aromatico. E’ un tamponamento tiepido con sacchetti contenenti composti erbali e floreali, spezie, polveri o farine di cereali. Questo trattamento fa sudare molto ed ha proprietà rilassanti, depurative, antidolorifiche. L’ Ayurveda usa gli Othadam per dare sollievo in particolari circostanze quali: insonnia, crampi mestruali, stitichezza, mal di schiena, artrosi, colite, eccesso di liquido, raffreddore e sinusite.
Come poco sopra ho detto, il calore permette ai pori della pelle di dilatarsi e per questo motivo, spesso li utilizzo anche per i trattamenti al viso. 
Minuscoli boli all’interno dei quali, asseconda del tipo di pelle da trattare, unisco impacchi diversi di polveri e fiori con proprietà lenitive e nutrienti, rinfrescanti e decongestionanti o purificanti. 

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